Ho abortito, ce l’ho col mio ragazzo e con il mondo intero

Sottoponiamo alla vostra attenzione una testimonianza che abbiamo tradotto dal sito francese madmoizelle.com

Questo testo è stato scritto da una donna che ha abortito: tale evento ha suscitato in lei molta rabbia. La donna si esprime sulla sua sensazione di ingiustizia nei confronti della contraccezione tipicamente usata dalle coppie.

Durante la mia vita di donna, ben prima della pubertà, sono sempre stata attenta.

Facevo attenzione a come mi vestivo, facevo attenzione a quello che dicevo, facevo attenzione a non stare da sola fuori troppo tardi la notte, facevo attenzione a non sedermi vicino a nessuno nei mezzi pubblici.

Con la pubertà e l’inizio della mia vita sessuale è arrivato un altro carico di potenziali pericoli: ora dovevo stare attenta a non macchiare i miei vestiti di sangue, dovevo fare attenzione a non avere IST o MTS e, soprattutto, fare attenzione a non rimanere incinta.

Assumersi il carico mentale della salute sessuale e della contraccezione
Durante la mia vita, ho sempre trovato normale avere tutte queste responsabilità, tutti quegli ostacoli che rendevano la mia vita talvolta così dolorosa, così colpevole, così pesante da sopportare.

È normale, sono una ragazza.

Così come tante ragazze della mia età, quando era il momento, sono andata ad allargare le gambe di fronte ad uno sconosciuto in modo che potesse controllarmi (anche se non era necessario e tutto andava bene).

Ho iniziato a ingoiare una pillola contraccettiva senza che mi venisse offerta altra scelta, e senza che qualcuno mi avvertisse di ciò che questa mi avrebbe tolto.

Per sei anni ho preso la pillola e ho fatto sesso.

A volte mi proteggevo, a volte no. A volte c’era una relazione, a volte no. Ho dormito con ragazzi che si interessavano della mia contraccezione e altri che non se ne curavano affatto.

Alcuni che hanno insistito per mettersi il profilattico, molti altri che hanno insistito per toglierselo.

Quasi ogni volta, ho dovuto educare questi partner sessuali maschili, che si sono opposti al minimo invito a sottoporsi ad un controllo medico, a fare un esame del sangue, a fare pipì in un barattolo.

Come potevano essere così riluttanti a fare pipì in un barattolo quando uno sconosciuto mi inseriva le dita nella vagina ogni sei mesi?

La mia contraccezione, la mia sofferenza
E poi sono cresciuta, ho letto, ho imparato, e grazie agli scandali riguardanti le pillole e gli ormoni contraccettivi che sono venuti in mio aiuto, ho deciso di dire basta alla pillola.

Allora mi sono resa conto con orrore della nuvola nebbiosa in cui quella ci aveva tenuti, me, la mia testa e il mio corpo.

Improvvisamente ho riconosciuto ogni momento del mio ciclo, ho sentito le mie ovaie, sapevo esattamente quando le mie cose stavano per arrivare.

La mia libido era in costante aumento da sei mesi, era molto più presente, molto più intensa: in una frase, sono diventata viva.

In che modo una pillola, che pensavo mi fosse d’aiuto, aveva potuto privarmi di tutta questa parte di me stessa, senza che nessuno mi avesse mai avvisata?

Come possiamo dare droghe che riducono il desiderio delle donne, facendole sentire in colpa per la loro mancanza di desiderio, anche quando stanno solo chiedendo di poter fare l’amore liberamente?

Quindi ho detto basta alla pillola. Disgustata dall’idea di imbottire il mio corpo di ormoni, ricaddi sullo IUD di rame, e sono ripartita per due anni di sofferenza silenziosa.

Il mio ragazzo dell’epoca non “sopportava il preservativo” (è facile capire che non apprezzasse indossarlo per il fatto che riduce il piacere, non c’era un vero e proprio rifiuto, preferiva semplicemente senza), allora ho preso un appuntamento con un’ostetrica.

Ho sofferto fino allo svenimento quando è stata inserita la spirale, e poi per due mesi in modo acuto, sentendomi in colpa per il dolore e per non essere pronta a fare l’amore nel modo in cui avrebbe voluto lui.

E mi autoconvincevo che questo metodo contraccettivo mi si adattasse perfettamente.

Per due anni ho sentito dolore, ma era comunque meglio che mangiare ormoni, e poi non avevo altra scelta.

Provavo dolore durante il rapporto sessuale, soffrivo molto durante le mestruazioni che erano diventate perdite ematiche molto più importanti, ed è stato solo quando ho iniziato a provare dolore ogni giorno senza interruzione, anche quando non avevo il ciclo, che ho deciso di dire basta.

Stop.

Non mi interessa che non ti piacciano i preservativi, non devo continuare a soffrire per due.

Contraccezione, fonte di squilibrio nella coppia eterosessuale
In seguito alla decisione di togliere la spirale, la mia relazione si concluse molto rapidamente.

E per la prima volta ero davvero libera: non avevo più la contraccezione, tranne il preservativo con i miei partner occasionali, e mi sono abituata a questa estrema libertà.

Soltanto me stessa. Senza pensare alla mia fertilità, senza pensare alle prescrizioni, alla ginecologia. Senza farmi introdurre oggetti freddi nelle parti intime.

Tuttavia, durante tutto questo tempo, persisteva una domanda: come avrei fatto quando avessi avuto nuovamente una vita di coppia?

Otto mesi dopo, ho incontrato un ragazzo. Ci trovavamo bene e allora ci siamo messi insieme.

All’inizio della nostra relazione, prima di fare gli esami del sangue e delle urine per verificare che fossimo in buona salute, nessuno dei due si è posto il problema della contraccezione, né io, né lui. Era scontato che avremmo usato i preservativi. Ma ben presto ho dovuto confessargli che non usavo contraccettivi perché nessuno faceva al caso mio e che non avevo quindi una soluzione.

Anche lui faceva parte della categoria di uomini a cui “non piacciono i preservativi perché non si sente niente”, e poiché aveva sempre avuto relazioni lunghe con giovani donne che stavano prendendo la pillola, ho pensato che questo aspetto di me sarebbe stato difficile da accettare per lui.

Con me si interrompeva lo schema tradizionale che tutte le coppie seguono: inizialmente si hanno rapporti protetti col preservativo, poi si fanno i test, quindi la donna si prende la pillola e lui può smettere di pensare alla contraccezione. È così che succede normalmente.

Rimanere incinta: i limiti della “contraccezione” naturale
Dopodiché si susseguirono molte decisioni sbagliate.

Il problema è che ci sono pochissimi contraccettivi che non prevedano l’assunzione di ormoni, che per me era impensabile tornare a prenderli, e che ad eccezione del preservativo non ci sono altri contraccettivi maschili disponibili.

C’è la vasectomia, ma non è garantito che sia reversibile, e non tutti vogliono essere sterilizzati in modo permanente, specialmente alla nostra età.

Volevo togliere anche i profilattici, con quelli non piaceva neanche a me. Così, sconvolta e già arrabbiata, ho iniziato a passare alla cosiddetta contraccezione “naturale”, e quindi ad auto-monitorare il mio ciclo.

Per sei mesi mi sono concentrata per non correre alcun rischio durante l’ovulazione.

Ciò significa che, tenendo conto dei 5 giorni in cui lo sperma può rimanere in vita nel corpo della donna, si fa attenzione 7-10 giorni al mese.

Ho osservato le mie perdite, ero attenta ai miei sentimenti, ai miei umori, ai miei dolori uterini e alle ovaie, e sono stata in grado di sapere piuttosto precisamente quando ho ovulato (sbagliavo al massimo di uno o due giorni).

Ma i metodi naturali di controllo della fertilità non sono dei veri e propri contraccettivi, e il ciclo mestruale è influenzato da molti fattori emotivi, motivo per cui mi si è sballato.

Dopo sei mesi senza problemi, arrivò un mese di pesante stress e viaggi, e il mio ciclo si allungò di 15 giorni.

Quindi la mia ovulazione si è spostata, non ero abbastanza vigile e sono rimasta incinta.

Il corpo fa quello che vuole, quando vuole, e la “contraccezione” naturale, soprattutto senza avere imparato con un’insegnante, è tutt’altro che un metodo affidabile.

Contraccezione e aborto: la mia rabbia e la mia sensazione di ingiustizia
La questione non si è nemmeno posta, non c’era nessun dubbio sull’interruzione di questa gravidanza.

Nella mia sfortuna, sono stato fortunata: il mio ragazzo è stato un sostegno perfetto, mi ha accompagnata, era lì il più possibile, e anche il mio datore di lavoro si è mostrato più che comprensivo.

Mi sono imbattuta solo in donne premurose e rispettose durante il mio percorso verso l’aborto.

Non ero sola, e anche se ho avuto alcune complicazioni che hanno reso l’aborto molto doloroso e molto più lungo del previsto, tutto è andato abbastanza bene.

Ma a poco a poco dentro di me crebbe una rabbia sorda e potente.

Nel bel mezzo dell’aborto medico, che ho effettuato a casa, mentre sanguinavo, accovacciata sotto la doccia con il mio ragazzo che mi ha passato il getto di acqua calda sul corpo, gli ho detto piangendo:

“Ti rendi conto con quale violenza vivo il fatto che osi dirmi che il preservativo non ti soddisfa?

Ti rendi conto di quanto ho sopportato da quando avevo 16 anni, di tutto quello che ho fatto subire al mio corpo, di tutto il dolore?

Ti rendi conto che noi donne ogni giorno ci mettiamo in corpo pezzi di plastica, rame, ormoni quando non ovuliamo che una volta al mese, e che siete voi uomini ad essere fertili ogni eiaculazione?

Ti rendi conto che non voglio mai più che qualcuno metta di nuovo qualcosa dentro di me, e che tu ti permetti di questionare intorno a banalità quali il fatto di non sentir niente col preservativo? “

In fondo in fondo non ero arrabbiata con lui.

Ero arrabbiata con questa società che non educa abbastanza gli uomini alla salute sessuale; che controlla semplicemente, regola, monitora l’intimità delle donne e dà loro la piena responsabilità della contraccezione.

Ero arrabbiata con tutte le generazioni di medici e ricercatori che non hanno mai commercializzato contraccettivi maschili diversi dal preservativo.

Sì, arrabbiata, con tutti questi scienziati che stanno sperimentando pillole per uomini che non vengono vendute perché hanno “troppi effetti collaterali”, mentre le donne spesso scoprono troppo tardi gli effetti delle pillole che ingeriscono.

Il peso mentale della contraccezione
Ma a quel tempo, questa rabbia era rivolta al mio ragazzo.

Perché per me, a quel tempo, l’aborto era l’ennesima punizione che mi è stata inflitta per la sola e unica ragione che io sono una donna, e che ho osato prendermi il tempo di respirare liberamente.

Perché poco importa da che punto di vista la si guarda: le soluzioni contraccettive, le conseguenze dell’aborto, la nostra vita sessuale futura … in ogni caso, sono sempre io a soffrire.

Ero io quella che sarebbe potuta rimanere di nuovo incinta, ancora io che avrei dovuto ingerire farmaci invasivi per il mio corpo, avrei pianto ancora, sanguinato ancora, continuato a perdere il lavoro, avrei continuato a prelevare campioni di sangue e a lasciare che nuovi sconosciuti mettessero la testa e le dita tra le mie gambe.

Come poteva capire quanto pesante e doloroso fosse quel momento per me, lui che non ha l’utero ed è nato libero da tutto questo carico mentale?

Come poteva capire da dove provenisse tutta la mia rabbia, conoscere tutto il dolore che avevo sopportato sia a livello psicologico che fisico, in tutti questi anni in cui non era presente nella mia vita?

E poi per la prima volta, ha detto queste parole, in questa doccia, mentre sanguinavo, passandomi il getto di acqua calda sul corpo:

“È fuori discussione che continui a soffrire, ci prenderemo il tempo e indosseremo i preservativi per tutto il tempo necessario. “

A quel punto avrei potuto permettermi di respirare, smettere di pensarci, prendermi il tempo per riposare il mio corpo, per smettere di torturarmi. Ma noi donne non ci riusciamo, non abbandoniamo anni di istruzione in mezzo secondo.

Infatti non appena mi sono ripresa, ho ricominciato a pensare alla contraccezione e sono riuscita a mettermi in testa che avrei potuto provare lo IUD ormonale.

Anche se ciò significava rivivere tutto quel dolore che mi faceva venire i brividi alla schiena solo a pensarci, anche se ciò significava rimettere gli ormoni nel mio corpo quando non li volevo più.

Non infliggerò al mio ragazzo la tortura di indossare un preservativo per troppo tempo: dopotutto, l’onere della contraccezione è mio.

Dopotutto, sono io la donna della coppia.

Lasciar andare e osservare i miei paradossi
Alla fine, dopo una lunga e faticosa procedura durata due mesi, ho fatto il punto su questo aborto particolarmente complicato per il mio corpo:

-più di 10 esami del sangue
-due cure mediche
-diverse settimane di sanguinamento emorragico
-molti appuntamenti medici
-bacino bloccato a causa di ripetute contrazioni uterine
-tendinite a causa del mio bacino bloccato
-una cura di ferro e vitamina D.
Ecco, posso finalmente iniziare a girare un po’ la pagina “aborto” della mia vita.

E nonostante tutto, mi ci sono volute diverse settimane e diverse discussioni con il mio ragazzo, che mi diceva che dovevo smettere di considerare l’inserimento di uno IUD per ora, per convincermi che il preservativo fosse una soluzione ideale da portare avanti nel tempo.

Durante questo periodo, ho realizzato tutte le contraddizioni presenti nel mio modo di pensare.

Tutta la mia rabbia contro il mio ragazzo e contro tutti quelli prima di lui, riluttanti a mettere un povero pezzo di plastica sul loro pene, mentre io ho sopportato così tanto.

E allo stesso tempo la mia incapacità di convincermi che avrei potuto passare la torcia della contraccezione a lui e riposarmi un po’.

La rabbia è ancora lì.

E anche se provo a ricordare che il mio ragazzo non c’entra nulla, o almeno che non è più colpevole di me in quello che è successo, e che in particolare non posso colpevolizzarlo di tutto ciò che ho sopportato prima che fosse nella mia vita … mi arrabbio ancora con lui.

Mi arrabbio perché non può condividere la sofferenza fisica delle cavolate che abbiamo fatto in coppia. Mi arrabbio perché non ha l’utero.

E infine, su ogni cosa, io credo di essere arrabbiata per il semplice fatto di essere donna.

 

 

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