Appunti, riflessioni-conferenza dott.ssa Sanese

L’amore non è soltanto un sentimento, ma è uno di quegli aspetti che costituiscono l’io. Quando trattiamo dell’amore quindi andiamo alla scoperta dell’essenza del nostro essere.

Un recente gruppo di ricerca in campo neurologico ha dimostrato che le persone che hanno almeno cinque relazioni significative nella loro vita di cui occuparsi e su cui contare si ammalano di meno sia a livello fisico che psicologico. Questo dato scientifico conferma quanto abbiamo appena detto.

Dell’amore è difficile parlare in maniera sistematica poiché si tratta di una luce inafferrabile, di un mistero, vale a dire di un’evidenza che non si può possedere.

Mistero siamo anche noi a noi stessi, in quanto, fatti ad immagine e somiglianza di Dio, siamo creature cui Dio ha dato la vita come un dono affidatoci. Dio ha affidato noi a noi stessi, per questo siamo, anche noi, costitutivamente mistero.

Solo se sono consapevole di essere un dono che qualcuno ha fatto a me stesso io posso amare l’altro senza possederlo. Tutto il mio modo di amare è conseguente al modo in cui io concepisco e tratto me stesso.

La realizzazione piena di noi stessi è data dalla risposta alla nostra esigenza di amare e di essere amati. Ma il primo “prossimo” da amare sono io stesso, mistero a me stesso. Ma amarsi non significa ricercare la soddisfazione materiale e psico-fisica dei propri bisogni, quanto cercare la verità per sé stessi.

L’amore tra un uomo e una donna nasce dall’innamoramento, ovvero da uno sguardo che riceviamo dall’altro. Lo sguardo dell’altro infatti rivela noi a noi stessi per cui sotto gli occhi dell’amato ci scopriamo essere un’identità che non vorremmo perdere. In questa dinamica, l’amore di coppia è segno visibile dell’amore di Dio per l’uomo.

Il rapporto di coppia è generativo di identità: io ritrovo me stesso/a quando sono guardato/a dal mio uomo o dalla mia donna. Questo rapporto generativo è quello che maggiormente ci costituisce ad ogni livello del nostro essere. La bellezza del rapporto di coppia sta nell’importanza che la libertà assume in esso. Si tratta di un rapporto di elezione: io scelgo a chi affidare il compito di dirmi chi sono. Allo stesso tempo il fatto che l’amato ha il compito di dirmi chi sono, genera la mia identità, mi ricorda che io sono fatto da un Altro e per un altro.

La responsabilità è reciproca: io sono per l’altro ciò che l’altro è per me. Io sono il tu che lo costituisce e lui è il tu che mi costituisce. Per cui è bene chiedersi: “Ho creato le condizioni perché l’altro possa dirsi amato e perché l’altro possa amarmi?” : Non sono in balia degli umori dell’altro, ma io creo le condizioni perché l’altro possa amarmi tutta la vita.

Il rapporto di coppia è una responsabilità personale. Pensiamo alla formula “Io prendo te come mio sposo”. Essa vuol dire che io decido di prendere l’altro con tutti i suoi limiti (si ammalerà e morirà come me) ma sotto i miei occhi sarà sempre lo sposo / la sposa splendente.  Questo sguardo corrisponde alla nostra esigenza, perché io voglio essere guardato e guardarmi senza essere offuscato dai miei difetti.

Quell’essere guardato come sposo/a rivela la mia identità di cui io sono responsabile. Questa relazione è così potente che ciò che accade nella coppia non accade solo all’altro: quando ci sono tradimenti o simili il problema non è solo nell’altro, ma accade nella relazione.

Se noi realizzassimo l’amore coniugale nella sua verità esso sarebbe segno visibile dell’amore di Dio per l’uomo, per cui io mi devo chiedere se l’altro/a quando torna a casa sa che torna dall’amata/o e quindi è più sé stesso/a.

Nella coppia sperimentiamo il mistero irriducibile che è l’altro, per cui il mio uomo / la mia donna è sempre nuovo, ogni mattina. Purtroppo la maggior parte delle coppie di oggi ha perso questa importante dimensione, non sanno più qual è il confine dell’altro e sono incapaci di stare di fronte a un tu riconoscendo il suo mistero.

Oggi si vive nella coppia esclusivamente all’ “esterno”, si punta al funzionamento e al fare, non all’essere, per cui l’obbiettivo si sposta verso la riuscita.

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