Paolo Marchionni (S&V): la RU486 banalizza l’aborto

La pillola abortiva RU486 torna a fare da protagonista tra le notizie attuali, parliamone con Paolo Marchionni, vicepresidente nazionale Scienza&Vita e medico legale di ASUR Marche, Area Vasta n°1 di Pesaro.

Possiamo affermare che è in atto una macchinazione che lavora a sfavore della vita nascente, grazie alla banalizzazione dell’aborto?

La regione Lazio ha deciso di avviare una sperimentazione per consentire l’utilizzo della pillola abortiva RU486 anche nelle strutture ambulatoriali e consultoriali della regione. Si tratta, a mio parere, di un ulteriore tentativo di rendere l’aborto volontario ancora più facile, determinando nello stesso tempo il convincimento, indotto dalla non necessaria ospedalizzazione, che appunto si tratti di una procedura banale.

Talmente banale da provocare una sindrome post-aborto di cui nessuno parla, quindi la donna è destinata a farsene carico da sola. Ma la solitudine della donna è forse la conseguenza più evidente in questo ambito… o verrà garantito un appropriato sostegno?

Credo che, con questa scelta, la regione Lazio non faccia un buon servizio alle donne, alla tutela della loro salute e anche alla tutela delle loro scelte di libertà: infatti è indubbio che staccare la procedura dell’aborto volontario dalla permanenza in ospedale significa oggettivamente rendere ancora più sole le donne. Di fatto con la pillola abortiva in Ru486 la donna sarà sola nel momento in cui avverrà l’aborto: e, anche se questa decisione è stata davvero il frutto di una scelta (cosa di cui dubito fortemente!), lasciare sulle spalle della sola donna la gestione del travaglio personale sia fisico che psicologico nel momento della interruzione appare davvero sconcertante. Se non altro l’intervento attuato in ospedale avviene comunque in un contesto sanitario, e quindi auspicabilmente di tipo relazionale, permettendo attraverso la presenza di operatori sanitari quel conforto o quantomeno quel supporto che, invece, nella procedura ambulatoriale/consultoriale di fatto è negata: dopo la “consegna” del farmaco, la donna si trova da sola a gestire l’evento aborto.

Secondo la sperimentazione prevista nel Lazio, infatti, la somministrazione della pillola abortiva non avverrebbe più in ospedale, o in strutture ad esso assimilate, come previsto dall’art. 8 della legge stessa, ma addirittura nei consultori familiari dove, a detta del Direttore Generale del Dipartimento Salute e Politiche Sociali della regione Lazio, alle donne potrebbe essere offerta “un’assistenza multidisciplinare”. Dovremmo dunque pensare che invece fino ad oggi alle donne che si sono rivolte all’ospedale per questa triste attività non veniva offerta la migliore assistenza possibile, anche di tipo multidisciplinare? Credo semmai che si possa trattare del contrario.

Ancora una volta, sulla pelle delle donne, si rischia di lasciarle sole due volte: sole nella scelta, perché quasi mai il sostegno alle difficoltà che indurrebbero la donna ad abortire è tale da consentirle un vero ripensamento, e sole nella “esecuzione” della interruzione, che avverrebbe fuori dal contesto ospedaliero, al domicilio della donna stessa.

Allora si risolve in questo modo il “problema” dell’insufficienza numerica di medici obiettori…

Nel dibattito di questi giorni non è mancato la solita polemica contro gli obiettori di coscienza: sarebbe colpa dei medici obiettori se le donne non possono fruire di un “servizio” ed esercitare un “diritto”, e pertanto trasferire al Consultorio le competenze finora a carico dell’ospedale permettere di fruire più agevolmente di un servizio previsto dalla legge.  In realtà i dati contenuti nella relazione annuale al Parlamento del Ministero della Salute dicono che il numero di IVG praticato in media da ogni ginecologo non obiettore è inferiore a 2 interventi a settimana, e che i ginecologi non obiettori sono in numero congruo rispetto al numero complessivo di interruzioni che vengono richieste e che, comunque, sono ancora ben 96.578!  Ma il dato fondamentale resta: il diritto alla obiezione di coscienza è diritto costituzionalmente garantito e, ove non lo fosse, da garantire.

Cosa spera dunque per il futuro?

Credo che sia giunto il momento di provare a cambiare rotta: perché non consentire finalmente che i consultori, anziché luoghi di dispensazione di pillole abortive, possano svolgere quel ruolo di prevenzione dell’aborto che la legge 194 attribuisce loro? Perché non dotare quei servizi di risorse adeguate a fronteggiare le esigenze rappresentate dalle donne e che costituiscono il motivo reale delle interruzioni? Perché non rendere almeno efficace l’intervento previsto dall’art. 5 della legge 194, legge che resta comunque “integralmente iniqua”, secondo le profetiche parole di Giorgio La Pira, là dove si chiede che il consultorio “in ogni caso, e specialmente quando la richiesta di interruzione della gravidanza sia motivata dall’incidenza delle condizioni economiche, o sociali, o familiari sulla salute della gestante” si adoperi per “esaminare con la donna e con il padre del concepito, ove la donna lo consenta… le possibili soluzioni dei problemi proposti, di aiutarla a rimuovere le cause…, di metterla in grado di far valere i suoi diritti di lavoratrice e di madre, di promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenere la donna, offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza sia dopo il parto”?

Ed ancora: perché non inserire nel percorso della legge 194 un coinvolgimento anche degli obiettori di coscienza, affinché le donne possano incontrare non solo sanitari “disposti” a ratificare le proprie decisioni, spesso frutto di scelte-non scelte, ma anche medici ed operatori sanitari che possano presentare un’altra dimensione?»

Forse, più che le pillole, è il caso di distribuire qualche copia di “il bambino non è un elettrodomestico” di Giuliana Mieli alle tavole politiche di chi ha potere decisionale, o forse no, nessuno vuole ascoltare le arringhe dell’avvocato difensore del “grumo indistinto di cellule” e il dramma vissuto dalle donne vittime della sindrome post-aborto che fronteggiano gravi problemi psicologici a causa del lutto inammissibile.

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