Il potere evocativo delle immagini

Le immagini hanno un potere molto forte. Ben più forte di quanto una persona consapevole di questa forza possa realmente aspettarsi.

Siamo assuefatti alla vista di immagini attraverso video, foto e simili: sono il quadro della nostra giornata che è la cornice.

Quindi, abituati, non ci accorgiamo di quanto ci influenzino.

Sebbene razionalmente non ne abbiamo consapevolezza piena, emotivamente non ci sfugge nulla: tutto quello che viviamo è vivido nella nostra sfera emotiva, non dimentichiamo nemmeno i ricordi della prima infanzia, né il parto che ci ha permesso di nascere, né il periodo in cui abbiamo vissuto nel monolocale uterino materno.

A spiegarlo magistralmente è la dottoressa Silvana De Mari, di cui ripropongo il post:

Il nostro cervello emotivo non distingue tra vero e falso. Inoltre ha una memoria totale. Noi non siamo coscienti di tutto quello che abbiamo interiorizzato. Il nostro inconscio è stato quindi toccato, ispirato o inondato, da innumerevoli fattori di cui non siamo coscienti, visto che ce li siamo dimenticati, essendo la memoria del cervello razionale estremamente limitata, come ben sappiamo quando ci dimentichiamo lezioni studiate o appuntamenti. Dato che tutto quello che vediamo e ascoltiamo rischia di appiccicarsi sul nostro subconscio come una gomma da masticare sputata sotto le scarpe, prima di esporre il nostro cervello a roba che gli entra dentro, pensiamoci un attimo: che non sia un’operazione banale da fare a casaccio. Niente zapping, miriadi di immagini slegate, niente film dell’orrore, niente immagini splat. O se sì, allora non domandiamoci perché siamo sempre più cupi. Una delle cause della diffusione sempre più brillante della depressione è la pubblicità. Il nostro cervello razionale sa che la pubblicità è falsa, il nostro cervello emotivo non lo sa; il nostro cervello razionale magari è anche arrivato alla conclusione che è meglio prendere al supermercato i prodotti non reclamizzati: non hanno dovuto sottrarre dalla qualità i soldi del marketing. Il nostro cervello inconscio non lo sa e mi dà un barlume di contentezza quando compro il marchio, il brand in termini tecnici, riconosciuto. Non solo ma le ore e ore di pubblicità che ho interiorizzato hanno dato al mio cervello l’informazione, che a questo punto è fatta di granito, che la cosa importante sono le cose. Aver visto signore e signori squittire di felicità per il bucato più bianco, i denti bianchi, la pelle più liscia, l‘auto più assolutamente qualsiasi che ti stanno spacciando per unica al mondo, il divano sempre il saldo al 50%, ha piantato nella nostra mente come chiodi l’idea che tutto quello che conta sia tangibile, l’idea che solo quello che conta sia tangibile.
Un’infinita attenzione ai bambini. Un televisore spento, che viene acceso solo a una determinata ora per guardare quel determinato programma e spento subito dopo, può essere una buona soluzione. Quando guardiamo la televisione con i bambini, sempre, senza saltarne una, avvertiamo che le pubblicità sono fesserie. Non solo è quasi sicuramente falso che quel prodotto sia migliore degli altri, ma è sicuramente falso che sia così importante averlo. Tutte le volte che qualcuno sorride facendo una determinata azione, sta passando messaggio, sta programmando il nostro inconscio. Noi siamo normalmente e fisiologicamente portati a imitare le azioni delle persone che sorridono. Se quella roba li ha fatto così contento quel tizio là, magari fa contento anche me. Quindi si crea nel mio cervello una necessità inconscia a quell’oggetto. I terrificanti capricci che i bambini fanno per ottenere oggetti pubblicizzati da gente sorridente, sono semplicemente logici. La colpa è nostra che abbiamo permesso che il cervello dei nostri bambini fosse sguaiatamente esposto a una forma così plateale e brutale di controllo mentale. Nessuno fa pubblicità a come sia bello camminare che insieme al leggere è il più potente antistress, anche per la stimolazione bilaterale degli emisferi che si ha in queste due attività. Con l’unica eccezione della Chicco, nessuno fa più pubblicità a quanto sia bello avere un bimbo che arriva a scombinarti la vita e a darle un senso, nessuna pubblicità ti avverte che è meglio morire a casa propria circondato da gente che ti ama e non in una casa di riposo circondato da persone per i quali sei un lavoro. Se te lo dicessero in tempo, verso i 20 anni, uno farebbe anche in tempo a crearsi una vita dove uno o più pargoli vengono a scombinare tutto e dove ci sarà qualcuno a tenerti la mano quando muori. Nella civile Svezia, che è considerata una specie di faro di civiltà, i cui bizzarri accademici dominano la cultura mondiale con il loro bizzarro premio nobel, le persone muoiono sole: l’80% di loro ha raggiunto questo strepitoso traguardo. Per fortuna l’eutanasia e il suicidio assistito sono una conquista assodata. Come sia bello volersi bene, come siano belle le stelle, che potenza dia pregare non fa parte del messaggio pubblicitario, quindi si diffonde sempre di più l’uso degli alcolici pesanti tra giovanissimi, un fenomeno oggi abituale che fino a 50 anni fa era presente solo in situazioni estreme.
Una volta passati da homo sapiens a homo videns non c’è più mediazione della coscienza e la narrazione visiva entra come un terrorista dentro all’inconscio, modificando assetto di neurotrasmettitori e circuiti neuronali.
Tutte le narrazioni gratuite, cioè visive, che si ottengono senza sforzo neurologico, creano dipendenza: calcio, serie televisiva, altro tipo di intrattenimento.
Tra tutti i tipi di narrazione visuale quella che crea dipendenza in maniera più violenta e tragica è la pornografia.

 

Senza pretesa di aggiungere nulla a quanto sopra riportato, vi propongo due esempi semplici che dimostrano come lo stato d’animo sia sensibile.

Un bambino di tre anni e mezzo, Manuele, vedendo il cartone animato della Walt Disney “Pinocchio”, ad un certo punto scoppia in lacrime vedendo che il burattino è stato rinchiuso in una gabbia dal burattinaio, Mangiafuoco:  non distinguendo l’animazione dalla vita reale, gli sembra tutto vero e degno di empatia. A Manuele era stato letto il libro di Pinocchio, la narrazione non aveva sortito la medesima reazione: vedere una rappresentazione, chiaramente una messinscena, per il nostro cervello emotivo equivale dunque a realtà.

Mi direte “è un bambino!”, allora vi racconto di Anna che vedendo “Angeli e demoni”, il film, ad un certo punto ha intuito che ci sarebbe stata una scena in cui avrebbero mostrato apertamente un cadavere: si è portata le mani sugli occhi, ma non avendo fatto in tempo, non riesce più a togliersi quell’immagine orrifica dalla mente.

Ora mi direte “lei è così suscettibile per carattere!”, in effetti suo marito, Giacomo, guarda tutto senza problemi, lei quasi niente, tant’è che lui le racconta tutte le scene che lei non guarda per farle tenere il filo del racconto, ed Anna ascolta tranquilla senza la stessa reazione avuta nel vedere il fotogramma.

“Sono una bambina, mi hanno detto. Eppure anch’io da ragazza mi autoimponevo di sopportare le immagini più cruente e truci perché volevo essere considerata forte, all’altezza, adulta, ed in effetti mi ero proprio abituata. Volevo permettermi qualsiasi film, non amavo la mia sensibilità, tanto da riuscire a vedere “il silenzio degli innocenti”, “red dragon” etc… con gli occhi sbarrati, senza batter ciglio.”

Chiudiamo il cerchio: ci si abitua dunque! E, a quanto evidenziato grazie alla storia di Anna, ci si disabitua, pure!

Questo ha grandissimo valore per tutti coloro che sono, loro malgrado, pornodipendenti: guarire si può! A questo riguardo vi presento l’associazione Puri di Cuore, a cui siamo stati fieri di dare il nostro appoggio per la sensibilizzazione verso il problema sommerso della pornografia e della dipendenza dall’erotismo compulsivo, attraverso un ciclo di conferenze presentate in tutto lo stivale.

Un altro aspetto che vorrei sottolineare, parlando di potere evocativo delle immagini, è quello in cui mi sono ritrovata impantanata un mese fa: una ragazza, Michela, di 18 anni muore tragicamente in un incidente stradale. Immenso e dovuto dolore a parte, quelle che mi hanno fatto riflettere sono state le reazioni dei coetanei, amici, persone vicine. “Le ragazze parlano continuamente di lei”, mi dice una cara amica, Giovanna, insegnante della ragazza, “ed è tutto surreale perché guardano foto e video in cui c’è lei, ridono un momento e il momento dopo piangono, sono sbattute tra un sentimento di incredulità e un dolore per la realtà dei fatti che è reso ancora più inaccettabile perché per i tre minuti in cui vedono la ripresa credono che tutto sia “tornato alla normalità” come niente fosse accaduto.” Indubbiamente i ricordi che abbiamo dei cari estinti sono importanti, le tecnologie ci permettono di sentirli tanto vicini. Si rischia però, soprattutto nei più giovani, di aumentare molto la sofferenza, di non permettere loro di vivere un sano lutto che aiuti a sopportare l’assenza. Quando ci si sente molto coinvolti e non si hanno i mezzi dati da una maturità tipicamente adulta, si rischia in questo modo di costituire una fragilità emotiva dell’individuo in costruzione durante l’adolescenza, a favore di una certa sfiducia nella vita. Chi è meno coinvolto, soprattutto se adulto, dovrebbe aiutare questi casi ad imboccare la giusta strada, di sicuro è una pessima scelta esternare facili sentimentalismi con il linguaggio dei social network, dove tipicamente i giovani si confrontano, pena la banalizzazione dei giusti sentimenti connessi con una grave perdita in adolescenza, veicolando l’idea che “tutto deve essere fatto passare al più presto perché la vita continua”. I giovani tendono a pensare che i loro sentimenti forti e contrastanti, dati dall’affetto e aumentati grazie ai file visionabili, sono indegni di essere provati e ci si accinge a rifugiarsi in una certa “incapacità emotiva”.

La verità è che le emozioni che arrivano là, dove il dolore toglie il fiato, percorrono la stessa strada che fa l’amore quando esce dirompente. Diamo spazio a ciò che ci fa male, ascoltiamoci, solo così potenzieremo la nostra capacità di amare e gusteremo la poesia e la verità dell’amore: se certi contenuti, alla vista, ci pizzicano, siamone coscienti e decidiamo cosa guardare e cosa no. Il rispetto per le nostre emozioni ci aiuterà ad essere integri, “uniti con noi stessi”, amati e amanti, e solo così si costruiranno relazioni che resisteranno alle provocazioni offerte dalle foto pubblicitarie e dai film, relazioni stabili nel tempo, dunque, unica via per conoscere “la profondità dei sessi”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *